Il Decreto “Salva Banche”, emesso nel 2015, prevede la possibilità di prelevare forzosamente i risparmi della popolazione italaina in caso di difficoltà finanziarie dell’istituto di credito stesso. Tale Decreto fa in realtà parte del “bail-in” post crisi Cipro che prevede la possibilità da parte di una banca, in caso di dissesto finanziario, di poter attingere direttamente sui conti dei propri clienti.

Il decreto è ufficialmente entrato in vigore nel 2016. Ma da chi è stata votata la legge sul Decreto “Salva banche”?

Quasi all’oscuro dei cittadini ignari è stata votata all’epoca dai senatori del Partito democratico di Matteo Renzi, da Forza Italia di Silvio Berlusconi, dal Nuovo centrodestra democratico di Angelino Alfano e da alcuni senatori del gruppo misto. I senatori che si sono invece astenuti sono stati 19 (tra cui Lega Nord e Movimento 5 Stelle). Gli unici a votare contro sono stati invece i senatori Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino (Italia lavori in corso) assieme ad altri tre senatori fuoriusciti poi dal Movimento 5 Stelle.

Tutti ricorderanno i fatti avvenuti a Cipro, dove impovvisamente, dalla notte alla mattina, in procinto di una festa Nazionale, chiusero bancomat e sportelli delle filiali, dando vita ad una quasi rivoluzione sociale.

Il Senato della Repubblica italiana ha autorizzato le banche a fare “bail-in”,  la possibilità da parte degli istituti che presentano problemi finanziari ed economici di scaricare parte delle proprie perdite sui conti correnti dei propri clienti (impostati però al di sopra dei centomila euro), facendo saldare i propri debiti agli azionisti e ai creditori non garantiti.



 

ORIGINE DELLA NORMA NEL PASSATO

Giuliano Amato, durante il suo primo mandato da Presidente del Consiglio, impose tale norma l’11 Luglio 1992, attraverso un decreto che prevedeva, tra l’altro, il prelievo forzoso di denaro (ovvero il 6 per mille) dai conti correnti bancari, retroattivamente, eseguito per altre funzionalità rispetto al salvataggio delle banche.

 

DECRETO SALVABANCHE CHI PAGA

Come già accennato, a pagare saranno dapprima  il capitale degli azionisti, che vedranno azzerarsi il valore delle loro azioni. Soltanto in caso di contributo insufficiente saranno allora chiamati a intervenire i titolari di altre categorie di strumenti finanziari emessi dall’istituto bancario. I secondi a rispondere saranno dunque i titoli subordinati senza garanzia, le cosidette obbligazioni junior, mentre esaurita anche questa categoria, si arriverà ai crediti non garantiti.

I conti correnti saranno gli ultimi ad essere coinvolti, in base a cifre superiori ai 100.000 euro delle persone fisiche e delle piccole e medie imprese. Fino alla somma dei 100mila euro i depositi resteranno garantiti dal Fondo di garanzia dei depositi, cifra che sale a 200 mila euro in caso di conto cointestato, a garanzia di ogni titolare.

Ad essere al riparo sono indubbiamente le obbligazioni emesse dalla banca coperte da una garanzia, come i covered bond che rientrano nelle obbligazioni senior; le cassette di sicurezza o i titoli detenuti nel deposito titoli non emessi dalla banca in stato di crisi; i debiti verso dipendenti, fornitori, il fisco e gli enti previdenziali soltanto se privilegiati dalla normativa fallimentare.